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sabato 28 febbraio 2015

La storia della Principessa Splendente, l'ultimo capolavoro dello Studio Ghibli

*fa capolino*

Ehm, salve! Quanto tempo inserire risata nervosa!
E' passato più di un anno dall'ultimo post pubblicato qui... Siamo sparite senza avvertire, e in nostra assenza il blog ha continuato a ricevere visite, commenti, i “mi piace” sulla Pagina Facebook sono aumentati progressivamente, e noi niente, chiuse in un silenzio di una fetenza spettacolare. Ma che volete farci, ultimamente ne sono successe di tutti i colori, e il blog è passato in secondo (ma anche terzo o quarto) piano, e anche se abbiamo continuato a guardare tutte le cose carine che uscivano e a leggere bei manga o libri la voglia di condividere le nostre esperienze era pari a zero. Succede.

Ma piano piano la voglia di tornare a scrivere in questo spazio è tornata, perlomeno a me, e ho deciso che saltuariamente farò un post su questo blog... Magari non con lo stesso ritmo di prima, ma quando incontro qualcosa degno di nota, perché no?

E la cosa, o meglio, il film d'animazione che mi ha spinta a riprendere in mano il blog per dire mammamiaquantoèbelloguardateloTUTTI è La storia della Principessa Splendente (Kaguya-Hime no Monogatari), ultima fatica di Isao Takahata, co-fondatore dello Studio Ghibli. Si, quello di Miyazaki. Si, Takahata è quello bravo quanto Miyazaki ma che vende un botto di meno. Si, è lo stesso tizio che ha fatto Una tomba per le lucciole. Bravi, armatevi di fazzoletti, avete già capito dove andremo a parare.





lunedì 4 novembre 2013

Nobiltà contadina, l'esilarante gag manga autobiografico della "mamma" di Fullmetal Alchemist Hiromu Arakawa

Nel mondo dei fan di anime e manga, ma anche oltre, il nome Hiromu Arakawa fa drizzare parecchie orecchie. La Arakawa è infatti la geniale mangaka creatrice di quello che è uno dei migliori shonen manga di sempre, Fullmetal Alchemist. Ventisette volumi, due serie animate, due film e non ricordo più quanti OAV/videogiochi/prodotti accessori e un incredibile successo internazionale dopo, la Arakawa aveva ancora abbastanza coraggio per concludere il manga all'apice del successo. 

Quando sei un mangaka esordiente, che ha fatto un incredibile successo con un'unica opera (e sai che difficilmente potrai replicare) e sei ben lontano dalla pensione, non è facile prendere una decisione del genere. Per niente.
Ma la Arakawa sa che una bella storia deve avere anche un bel finale, e allungare il brodo ad oltranza sarebbe stato un insulto ai fan. Per questo, si è guadagnata il mio rispetto.

Ma restava comunque il problema di cosa fare dopo. Insomma, se proponi al mondo una
cosa come Fullmetal Alchemist, poi il mondo si fa delle aspettative su di te. Quale altro manga epico tirerai fuori dal cilindro? Quale storia che farà sbancare i comic di doujinshi? Quale personaggio incredibilmente carismatico inventerai dopo Edward Elric, Scar, Roy Mustang ed è meglio che mi fermi qui sennò mi sciolgo?

domenica 28 aprile 2013

Persepolis, il lungo viaggio alla ricerca di sé stessi


Persepolis è stata la prima graphic novel che io abbia mai letto, quando ancora non sapevo esistesse un termine per definire il genere e classificavo tutto sotto la categoria “fumetti non giapponesi”. All'inizio fui attratta dallo splendido trailer del film d'animazione (riportato qua sotto), un minuto e mezzo in cui c'era di tutto, morte, rivoluzione, guerra, dolore, ma anche tanta simpatia e gioia di vivere.

Amai il film, che resta tutt'ora uno dei miei film d'animazione preferiti, e da lì passai a leggere l'opera originale da cui era tratto, curiosa di sapere se avrebbe conservato lo stesso impatto emotivo. Per togliervi subito la curiosità (così passiamo alle cose importanti), ebbene, la risposta è sì.

Nota: Persepolis è pubblicato in Italia da Rizzoli Lizard, che ne ha curato svariate edizioni negli anni. Dall'ultima settimana, grazie ad una collaborazione con il Corriere della Sera, è possibile trovare Persepolis in edicola come allegato del suddetto giornale, a soli 7,90 € (un prezzo molto economico per una graphic novel!). Persepolis è stato scelto come primo titolo di una serie di uscite allegate al corriere della sera, tutte riguardanti graphic novel recenti che trattano il tema della guerra. Qui la notizia in dettaglio con la lista dei titoli che usciranno nella collana “Graphic Journalism”.


giovedì 28 marzo 2013

1Q84 libro terzo: quando finisci una lettura e guardi fuori cercando la luna...


Mi ritrovo oggi a parlare di un romanzo che acquistai non solo un anno fa. Di più: lo presi il giorno stesso che uscì, pronta in pole position in libreria. Dopotutto, lo avevo aspettato con grande ansia, visto che "1Q84 – Libro primo e secondo", romanzo di Haruki Murakami, lo avevo letto febbrilmente, e recensito su questi lidi.
"1Q84 – Parte terza. Ottobre – dicembre" era il romanzo del semestre, da parte mia.
Eppure, ci ho messo quasi un anno a finirlo.
Non me ne pento.
Ho riletto molti capitoli, sono andata avanti un po' per volta. Non volevo che finisse, e mi sono lasciata crogiolare dall'attesa, dalla lenta assimilazione, tenendolo sempre da qualche parte a portata di sguardo.


Temevo che mi deludesse? No.
Temevo di "perderlo"? Sì. Devo ammettere che la trama, per quanto particolare, non è migliore di altri romanzi di Murakami. Forse sono di parte perché lo adoro, ma penso che "Kafka sulla spiaggia" sia in assoluto il coacervo più potente mai creato dalla sua mente. Eppure, la storia di Aomame e Tengo, il mito e il rito della crisalide d'aria intessuta dai little people, le due lune, la mother e la daughter, sono tutti binomi che mi hanno lentamente contaminata e in qualche modo trascinata dentro un mondo dietro altri mondi.


domenica 10 marzo 2013

Lo scrivano di Bombay: un matrimonio da salvare e un nipote gay che cerca la sua strada

Anjali Joseph è una giornalista, scrittrice, studentessa di Cambridge e insegnante alla Sorbona, nata nel 1978 a Bombay. “Saraswati Park” (da noi tradotto come “Lo scrivano di Bombay”) è la sua opera d'esordio come romanziera. 
Nel 2011 le è valso, in modo assai meritato, i premi Betty Trask e Desmond Elliot.

La traduzione del titolo in questo caso è, pur con le inevitabili riserve, comprensibile, per ragioni pragmatiche: Saraswati Park, un quartiere della periferia di Bombay, non avrebbe significato niente a un lettore italiano. Ma, in originale, il titolo recava un'impronta di estrema concretezza, amore, vita, dei luoghi che fanno da scenario al romanzo, fino a essere veri e propri protagonisti. Parlo anzitutto di questo perché non c'é una sola riga, in tutto il libro, in cui non trasudino gli odori e gli umori di Saraswati Park, di Bombay. Un affetto sconfinato e sereno quello di Anjali, per gli uomini e le donne e l'aria stessa di Bombay, per i vicoli, le strade, i grandi edifici e le piccole, piccolissime palazzine, per gli esterni e gli interni.

Gli altri tre protagonisti sono una coppia sposata, Mohan e Lakshimi, e Ashish, un nipote che va a vivere con loro per ripetere l'ultimo anno della scuola secondaria. Mohan è uno scrivano, lavora per le poste e scrive le missive e compila i moduli da parte di chi non è in grado di farlo da solo. Un mestiere ormai agli sgoccioli. Mohan ama i libri, specialmente quelli usati. Una (stupenda) delle prime scene d'apertura del romanzo è proprio su Mohan che, scoprendo dello sgombro dei venditori ambulanti su una strada di passaggio per lui, corre all'impazzata e, nello sfacelo dello sgombro, recupera alcuni libri caduti in terra e li restituisce al venditore (sì, da questo ho capito che avrei amato il romanzo).



mercoledì 13 febbraio 2013

Zhang Ailing, Ang Lee e la storia d'un amore a Shangai negli anni Quaranta


Oggi vi parlo di una storia d'amore, di un racconto da cui è stato tratto un film superbo (uno dei miei preferiti), ambientato nella Cina dell'occupazione giapponese. Se non vi viene in mente niente vi aiuto io: si tratta di "Lussuria", novella del 1950, scritta da Zhang Ailing (in inglese conosciuta come Cheng Aileen, ma di questo parlo tra pochissimo!).
 Ang Lee ne ha tirato fuori quel capolavoro che è "Lust, caution" (risultato diametralmente opposto all'ultima "fatica" di Ercole del regista, che stavolta proprio no! Ma io voglio convincermi che non sia lo stesso regista che ha tirato fuori, da una novella a mio avviso striminzita e scialba, lo splendido film "Brokeback Mountain").



Pensavo che non sarei mai riuscita a recensirvi questo romanzo, e invece eccomi qui! Perché? La ragione è semplice: su Amazon.com avevo sempre trovato i suoi romanzi sotto il nome Cheng Eileen... Quando invece in italiano è traslitterato Zhang Ailing. 
Il risultato era che sin dal 2006 la Bur Rizzoli aveva pubblicato "Lussuria" e IO NON LO SAPEVO.

Prescindiamo dal mio dramma personale (che per reazione e ripicca mi ha fatto prendere tutti i libri di questa meravigliosa romanziera), andiamo alla novella. Nel libro sono raccolti altri due racconti, “I fiori di Yin Baoyan” (1944) e “Quanto odio” (1947 circa). Queste altre due novelle, dico subito, non sono meno belle e non meritano meno di “Lussuria”, tuttavia quest’ultima ha meriti tutti palrticolari...

Zhang Ailing possedeva la dote davvero rara (anche tra i migliori narratori), dell'intensità, emotiva e drammatica, del dire abbastanza da aprire in prospettiva un mondo intero attorno ad azioni semplici. Ho divorato il libro senza accorgermi delle pagine, anche se di tanto in tanto ho dovuto sospendere perché, in certi passaggi, c'era una forza tale di emozioni che sembravo sentire tutto in prima persona.

Al centro delle vicende ci sono sempre storie d'amore. Amore sofferto, amore vissuto. Riescono a essere romantiche a colpi di realismo: il grande orgoglio delle donne di Zhang Ailing si intreccia alla loro capacitá d'amare senza riserve, frenata e alimentata dalle rigidissime regole di etichetta e moralitá imposti alla donna dalle tradizioni della Cina. Una donna che combatte e spesso perde, che cerca il calore del sole e vola sul vento anche quando viene strappata alle rocce dove è cresciuta. Un mondo in cui la rovina è sempre dietro l'angolo, una distruzione definitiva e terribile in cui essere donne è tessere un miracoloso cammino tra l'amore e l'onore, quando spesso i due sono inconciliabili.



domenica 27 gennaio 2013

Cyborg 009 - Un Mito intramontabile sbarca oltreoceano per un restyling



Omammamia, che è. 

La Neme che scrive un articolo su una cosa recente
Così recente-recente che ancora neanche è uscita?!?!
Ebbene sì, anche io ho i miei momenti in cui sto al passo coi tempi. 
Ma come resistere?!
Uno dei miei miti da bambina... una serie che parla di macchine umane... rivisitata dal disegnatore principale di Red Robin?!
Goia et Gaudio. Mi ci butto a capofitto.


Dati essenziali sull'opera

Cyborg 009 (サイボーグ 009) è un manga di Shotaro Ishinomori che data molto indietro nel tempo: il ben lontano 1964! (ecco... ci pareva strano che la Neme non scrivesse di cose pre-anni 80 ¬_¬ NdLettori).
Qui da noi, la serie è arrivata al successo grazie alla trasposizione anime del 1968. Nel 2001 la serie è stata oggetto di un remake di ben 51 episodi che ha riscontrato un discreto successo, soprattutto negli USA. Questo a prova del fatto che Cyborg 009 è una di quelle storie “sempre vive”, che vanta anche alcuni drama per la radio, un sequel moderno in stile manga, la rivisitazione in stile comics che mi accingo a recensire, alcuni videogiochi e dei film, l'ultimo dei quali (009 Re: Cyborg) è uscito giusto l'anno scorso. (Trattasi du un ibrido 2D e 3D che ha la Pepsi come sponsor... ma non divaghiamo.)


venerdì 9 novembre 2012

1Q84 Parte I: lo strano mondo delle due lune.


Vista l'uscita del II volume di 1Q84, riproponiamo una recensione già pubblicata su Meta Magazine (qui). Ovviamente è in preparazione quella del volume uscito a Ottobre, siate pazienti e speranzosi (il libro l'ho comprato il primo giorno, il punto è che mi uccide d'amore a ogni capitolo e non riesco a leggerne più di uno alla volta, ma sono quasi alla fine).

1Q84 è un romanzo che impegna il lettore, a una prima lettura. Settecento pagine nell’edizione Einaudi, che racchiude i due volumi originali dell’opera (1Q84, ovvero ichi-kew-hachi-yon nell’originale giapponese, con la Q che si legge similmente all’8), che coprono dall’Aprile al Settembre del 1984 (omaggio al libro di George Orwell"1984"). Ma non basta una sola lettura, per saggiare appieno il sapore di un libro così ispirato, sfaccettato, perfettamente costruito.

Il tempo e lo spazio in Murakami sono dimensioni plurali. Non c’è mai un solo piano o una sola linea, gli universi si incrociano senza che il lettore riesca ad accorgersene.
L’impossibile diventa probabile, finanche necessario, con il cambiare dei punti di vista e dei mondi in cui i personaggi si trovano a vivere, combattere, affrontare le proprie solitudini. Opera capolavoro del grande scrittore contemporaneo giapponese, 1Q84 apre il lettore sul mondo di un Giappone di metà anni Ottanta, con le sue dinamiche e le sue battaglie, la sua bellezza e la sua bassezza, per trasformarlo poi nella piattaforma dove la trama si articola e cerca di sbocciare, trova la sua fioritura e un lento formarsi di frutti maturi che si depositano nell’anima.

Narrazione delle emozioni, la scrittura di Murakami. I protagonisti principali sono due (e quanti altri personaggi sono indimenticabili?): rigorosamente, un capitolo ciascuno, si inanellano e susseguono, da lui a lei e da lei a lui. Aomame lei, Tengo lui, assassina lei, scrittore che si mantiene con ripetizioni di matematica lui, entrambi trentenni. Accomunati dall’aver frequentato la stessa classe alle elementari, e da un legame che non può essere distrutto, né dagli anni né dalla lontananza. Neppure le potenti forze che entrano in campo, nel romanzo, i Little People come li chiama la giovane, angelica e quasi irreale diciassettenne Fukada Eiko, possono recidere il filo rosso tra Aomame e Tengo.


mercoledì 17 ottobre 2012

Il supplizio del legno di sandalo: Mo Yan e l'anima perduta della Cina


Il supplizio del legno di sandalo è un romanzo che affonda le radici nella terra ricca, morbida e insanguinata della Cina del Novecento. Sia perché le vicende sono ambientate a inizio del secolo, sia perché l'autore, Mo Yan, combatte con la penna, in modo indiretto e abile, le repressioni d'acciaio che il Governo cinese impone tutt'ora agli intellettuali. 

Se il nome dell'autore non vi suona nuovo, è perché ha vinto la settimana scorsa il Premio Nobel per la Letteratura 2012. Noi di Dita d'Inchiostro ci eravamo aspettate vincitore Haruki Murakami, di cui è uscito ieri la terza e ultima parte del romanzo 1Q84 (che recensiremo in un tempo da record, e citiamo qui perché troviamo che davvero meritasse anche lui questo Nobel). 
Le ragioni per assegnare il Nobel letterario a Mo Yan sono, però. lampanti. Basta leggere uno dei suoi romanzi.
Vi segnaliamo l'intervista de La Stampa a Mo Yan, che vi farà conoscere un po' meglio come e perché scrive.  


Per essere uno che si è dato un nome significante "non parlare", (cinese tradizionale: 莫言, pinyin: Mò Yán), Guan Moye (管谟业) parla, eccome. Anzi, scrive. 
Una intensità di temi e di stile che non vedevo dai tempi di Le benevole di Jonathan Littell. L'autore è nato a Gaomi (lo stesso villaggio, nella provincia di Shandong, in cui è ambientato Il supplizio del legno di sandalo), nel 1955. E' il primo cinese a ricevere il Nobel residendo in madrepatria. 
A differenza di altri letterati cinesi, tra cui Gao Xingjian (che ha vinto il Premio Nobel per la letteratura nel 2000) Mo Yan ha deciso di restare in Cina e continuare a scrivere in madrepatria.
Altri romanzi dello scrittore sono Sorgo Rosso (1987), dal quale è stato tratto il film omonimo, Grande seno, fianchi larghi (1996)Le sei reincarnazioni di Ximen Nao (2006).



domenica 16 settembre 2012

Lo specchio del gesto: il codice dell'emozione in teatro






Questa domenica presentiamo un testo sulla danza e il teatro indiano. Una forma d'arte in movimento raffinatissima ed estremamente elaborata, con moltissime forme che simbolizzano eventi dell'anima e naturali: affascinante, seducente, anche se a tratti lontano dal nostro modo di guardare all'arte.
Anticipiamo quindi alcune considerazioni che faremo a proposito di un libro che abbiamo segnalato ("Passioni d'Oriente"), la scorsa volta, nell'elenco di suggerimenti per un Grand Tour d'Oriente. Lì troveremo interessanti riferimenti al teatro indiano e alle sue specifiche differenze rispetto a quello Occidentale... ogni cosa a suo tempo.

Adesso, vi presentiamo un'opera che vi farà incontrare la Bharatanatyam!

Ananda Coomaraswamy (1877 – 1947), il più grande esperto di storia dell'arte indiana, è stato il traduttore, in inglese, di un trattato importantissimo di drammaturgia indiana, l' Abhinaya Darpana, risalente almeno al XIII secolo e scritto da Nandikesvara. Stiamo parlando di quel che in inglese sarebbe diventato The Mirror of Gesture, e in italiano Lo Specchio del Gesto.


mercoledì 12 settembre 2012

Norwegian Wood: crescere, perdere e amare...


È impossibile che qualcuno possa sempre
proteggere un altro, in eterno.


Avete sentito parlare di Haruki Murakami e dei suoi romanzi strambi? Parliamo di uno scrittore strambo. Amate il Giappone? Amate le storie sentite col petto ma non sentimentali? Ecco, allora Murakami fa per voi, ma scrive in modo così personale che non basta amare un genere per amare anche lui!
Anche perché, Murakami non ha un genere.
In effetti, spessissimo, di fronte a un romanzo scritto da un Giapponese il risvolto di copertina è completamente inutile per capire la trama (anzi, spesso è proprio dannoso). Con Murakami questo conta il doppio. Quindi, o voi che state leggendo questa recensione, prendetela con misericordia e immaginate che, di tutto quello che scrivo, ben poco sia valido! Le sensazioni fisiche che tramettono i libri di Murakami sono uniche, personali. Si tratta dell'incontro tra il lettore e l'autore. Niente critici, niente amici che consigliano.
Si tratta di un incontro con parti di noi che non credevamo di avere. Di essere.
Norwegian Wood (pubblicato nel 1987) è il romanzo strambo tra i suoi romanzi strambi. Nel senso che sembra un romanzo normale.

Ma sarà davvero così?


venerdì 7 settembre 2012

Grand Tour d'Oriente: pronti a partire, avventurieri?


Apriamo le danze con il Grand Tour d'Oriente, la sezione dedicata a chi vuole avvicinarsi filosoficamente al continente asiatico. Su Dita d'Inchiostro ci stiamo già dedicando alla recensione di romanzi scritti e ambientati in India, Cina e Giappone, raggruppandoli nelle diverse sezioni che già conoscete (sono a lato, sulla destra), divise per aree geografiche. Abbiamo pensato di creare una sezione apposita per i libri che si immergono nell'Asia attraverso un approccio teoretico.
Cos'è il Grand Tour? Tra la fine del Seicento e lungo tutto il Settecento, in pieno Illuminismo, i giovani della nobiltà europea intraprendevano un viaggio in tutto il continente, un vero e proprio rito di iniziazione, alla scoperta dei luoghi, dell'arte, dei costumi e del pensiero. Il titolo di questa sezione può sembrare ambizioso, perchè ci riallacciamo a una incredibile tradizione che vide coinvolte in prima persona grandi personalità della storia del pensiero d'Europa, proponendo addirittura una serie di letture che riguardano un mondo così lontano!
Le nostre intenzioni, tuttavia, nascono dal piacere di scoprire e approfondire, di approcciare e riflettere, di prendere coscienza di se stessi e di aprirsi a differenti orizzonti (o differanti, ricalcando la differance di Derrida)? E, proprio come gli Illuministi non si facevano sfuggire nessuna emozione, sentimento o sensazione dei loro viaggi, ci sentiamo chiamati a esperire questo viaggio della mente, integralmente.

Da Vollmond
coreografia di Pina Bausch
Ci sentiamo particolarmente a nostro agio, riallacciandoci a radici del Grand Siècle e dell'Illuminismo, perchè il ruolo del corpo fu centrale nella speculazione filosofica e nella pratica scientifica, da Descartes a coloro che cercarono di superarne il dualismo: la fisicità, la corporeità viene tenacemente indagata da moltissimi punti di vista.
Anatomia, fisiologia, teoria delle emozioni, estetica, morale, niente fu trascurato dagli intellettuali del Settecento, con un approccio integrale e alla ricerca di quella luce che sola poteva portare alla conoscenza intesa proprio come miglioramento delle condizioni di vita. Ciò poteva essere fatto solo se si guardava al mondo con integrità, passione e viva curiosità.
Le letture che proponiamo, in questo primo articolo (e che man mano recensiremo e porteremo al lettore), sono particolarmente importanti perchè aprono una prospettiva su pratiche, teorie e approcci che sono all'origine di alcune nozioni di uso comune, cose che crediamo di sapere sull'Oriente ma che non siamo arrivati mai a toccare.

Da Vollmond
coreografia di Pina Bausch
Il Grand Tour d'Oriente è quindi un resoconto di un viaggio personale, che voglio condividere, tanto con quelli che vorrebbero conoscere l'Oriente, al di là del fascino che esercita come Altrove, quanto con quelli che hanno fatto il loro. Mi limiterò ai libri che ho effettivamente letto (almeno una volta) e ritengo particolarmente rilevanti. Pertanto, non inserisco tutti i testi, ma quelli che costituiscono un buon punto di partenza e, al tempo stesso, sono imprescindibili per una seria formazione generale.
Segnalerò con una sottolineatura quelli che ritengo prioritari.


Yoga Sutra: un commento per l'Occidente

Om.


Dal non essere conducimi all’Essere,
dalla tenebra conducimi alla Luce,
dalla morte conducimi all’Immortalità!
Om! Shanti, shanti, shanti


Nella sezione Rune di Tradizione ci proponiamo di presentare al lettore alcuni punti di riferimento per l’approccio a teorie e pratiche tradizionali, orientali e occidentali: sappiamo tutti che il mondo moderno è un mondo complicato, al quale siamo così tanto abituati, a volte senza neppure poter pensare di metterlo in discussione, che trattare elementi di mondi tradizionali mette in seria difficoltà il lettore generico, e può creare confusione, agli inizi, anche in quello curioso sull'argomento. 
Molti aspetti della nostra storia di europei hanno portato a una grande ricchezza ed evoluzione in certi ambiti della vita umana, lasciando all'arbitrio e alla libertà del singolo di scegliere gli altri aspetti più congeniali alla sua natura. 
In particolare, attraverso l'elemento del "laico", si è data una grande importanza al piano immanente, dichiarando in sede intellettuale e non la morte della metafisica e della trascendenza.



venerdì 31 agosto 2012

Bashō: l'acqua del sentimento ha il sapore di mille fiumi


Nonostante il freddo,
dormire in due
è un conforto













Bashō Matsuo è stato il più grande compositore di haiku, forma poetica composta da 5-7-5 sillabe. Appartenne all'epoca Edo, nacque nel 1644 vicino Ueno (nel Kansai) e morì nel 1694. Apparteneva a una famiglia di samurai, e fu proprio presso il suo signore che trovò la prima occasione di pubblicare i suoi componimenti.
La stella di Bashō è luminosa non solo in madrepatria, dove ha avuto ammirazione e successo specialmente tra il XVIII e il XIX secolo, ma anche in Occidente, essendo autore noto e riconosciuto a livello internazionale.
Vi è mai capitato di trovare i suoi componimenti in una antologia?

domenica 19 agosto 2012

Il libro dei chakra: alla scoperta di corpo, emozioni e dolcezza


Questa domenica parliamo di un libro che abbiamo avuto modo di leggere e rileggere più volte, e che consultiamo di tanto in tanto, sempre con molto piacere. La domenica è un momento di svago ma anche (almeno uno ci spera sempre) di pausa e relax... Vogliamo ricordarci che il benessere coinvolge e abbraccia tutta la nostra persona, cuore e mente e spirito, così oggi parliamo de Il libro dei chakra.
Prima di dire "non fa per me", sentite questo: è scritto da una psicologa americana. Ma come? Sìsì!
È un testo a metà tra Occidente e Oriente, che intreccia un'impostazione psicologica con la visione spirituale e le tecniche corporee dell'Oriente. Viene scritto da Anodea Judith (qui la sua paginafacebook) nel 1996, si presenta come un bel volume di 500 pagine, ma lo stile e il carattere dell'autrice lo rendono estremamente semplice e accattivante.


domenica 29 luglio 2012

La libertà di volare: l'ennesimo capolavoro di Miyazaki!



Chi conosce questo logo
si inchina ogni volta che lo vede
augurando lunga vita a
Hayao Miyazaki e al suo team.
Aggiungiamo subito una nuova perla per la nostra sezione sui Film di animazione.

È domenica, vogliamo rilassarci, vedere qualcosa di scoppiettante ma dolce da avere le carie ai denti.
Fa caldo, pensiamo al mare ma siamo in casa, fuori fa caldo, vorremmo vedere il mare e sentire il vento tra i capelli, vivere i brividi dell'avventura...
Cosa meglio di un film divertente, emozionante, pieno di azione, libertà e amore?
Un film dall'animazione delizioso, che tiene incollati allo schermo e che sa stupire con un finale che non dicendo niente di particolare dice tutto?
Certo, stiamo parlando di un'opera dello Studio Ghibli.

Avete pensato a Principessa Mononoke, La città incantata e Il castello errante di Howl, vero?
Non si tratta di una di queste opere, no.
Un piccolo indizio?
Mare.
Cielo.
Adriatico.
Non ci arrivate ancora?
Ma allora bisogna proprio rimediare... Guardate qua a destra e preparate i motori!
È uscito in Giappone nel 1992 e, nonostante sia ambientato in Italia, da noi è arrivato (solo) a fine 2010 (sigh!)...



mercoledì 25 luglio 2012

Colori proibiti: per la bellezza si uccide e, sopratutto, si muore.


La vera bellezza impone il silenzio (...). All'epoca in cui questa credenza non era ancora stata superata, il campo d'azione della critiva veniva automaticamente definito. Essa veniva relegata all'imitazione della bellezza (...). In altre parole, come la stessa bellezza, la critica aveva lo scopo finale di imporre il silenzio (...). Poi, l'effetto del silenzio in quanto risultato della critica deve necessariamente provocare l'allucinazione, ora, che la bellezza sia esistita senza ombra di dubbio in questo luogo. Per così dire, occorreva creare uno spazio che sostituisse il posto occupato dalla bellezza. Solo lì, per la prima volta la critica poteva contribuire alla creazione.


Colori proibiti : in giapponese 禁色, Kinjiki. Il primo kanji significa "proibiti" e il secondo "piaceri erotici" o, in alternativa, "colori". Dopo le Confessioni di una maschera, primo romanzo pubblicato da Mishima, ecco qui una storia fitta di sfumature dello spirito e di incontri clandestini, tra locali "di genere", parchi per incontri fugaci, ville di lusso per feste private, in cui uno dei protagonisti del romanzo si muove, conducendo una seconda vita rispetto a quella che tutti credono sia la sua unica possibile esistenza. Senza mezzi termini, Mishima offre uno spaccato della società omosessuale della prima metà del Novecento, laddove con Confessioni di una maschera si era fermato alla presa di coscienza, da parte del protagonista (romanzo parzialmente autoviografico), della natura dei propri desideri.
Si può dire quindi che con Kinjiki Mishima intenda andare al di là della prima consapevolezza, costruendo un intreccio su più livelli e dando anche voce ad alcune sue considerazioni sulla vita e sull'arte, che erano andate maturando in quel periodo grazie ai contatti con il grande romanziere Yasunari Kawabata (in questa recensione seguiremo l'uso occidentale per i nomi, dunque prima il nome poi il cognome).
Ispirandosi al romanzo di Mishima, Tatsumi Hijikata presentò in un festival del 1959 il primo spettacolo del suo movimento d'avanguardia, il butoh, intitolandolo proprio Kinjiki. Lo spettacolo risultò così osceno per la platea che ne venne interrotta l'esecuzione, ma noi riprendiamo questo spirito di avanguardia, espressione e purezza dei movimenti, utilizzandone le immagini per la presente recensione (oltre a ricorrere ad alcuni scatti fatti da Barakei, il libro fotografico del 1962 realizzato da Heiko Hosoe).


mercoledì 11 luglio 2012

La cerimonia del té: di gusto impeccabile, semplice, arcaico godimento puro della vita

Okakura Kakuzo, intellettuale (militante) giapponese dell'era Meiji, pubblica Il libro del té (The Book of Tea) a New York, nel 1906.
Si tratta di un testo offerto al lettore: come un tè molto denso, ricco di sfumature, carico di tutta l'abilità di generazioni di uomini e della sensibilità individuale del Maestro.

Iniziamo con un piccolo libro, così particolare, la nostra serie di recensioni dedicate al Giappone (sezione che chiamiamo Ōyashima, 'Grande Terra dalle molte isole', nome poetico e mitico del Giappone), sia attraverso i romanzi che la saggistica.

Scegliamo di partire da qui perchè si tratta di un primo passo (ideale, a nostro avviso) in alcune atmosfere, essenziali per cogliere pienamente lo spirito della penna giapponese. 


lunedì 9 luglio 2012

L'alba della consapevolezza e yoga al tramonto: la yogini Chiara D'Ottavi


Abbiamo il grande piacere di pubblicare l'intervista di Chiara D' Ottavi, ricercatrice spirituale, maestra e insegnante di yoga.
Giovane donna da anni impegnata nella pratica e nella conoscenza, molto attiva nella zona di Roma e dei Castelli Romani (vale proprio la pena saperne di più!, ecco il suo sito: http://www.chiaradottavi.com), organizza anche magnifiche sedute di yoga all'aperto e yoga trekking in posti lontani da tutte le cose che rendono insopportabile la città (specie con questo caldo infernale!!).
Carla ha proposto l'intervista e il Dita d' Inchiostro's Club ha deciso di dare spazio, attraverso alcuni articoli, a chi concretamente lavora per migliorare se stesso, offrendo anche agli altri occasioni di riscoperta di se stessi e del mondo.
Chiara non solo offre la possibilità di intervistarla, ma anche di seguirla concretamente in esperienze di contatto con la natura, sia esteriore che interiore. Per questo pubblichiamo, al termine dell'intervista, i prossimi appuntamenti...
Benvenuta dunque Chiara e grazie per aver accettato l'intervista di Carla! 


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