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sabato 28 febbraio 2015

La storia della Principessa Splendente, l'ultimo capolavoro dello Studio Ghibli

*fa capolino*

Ehm, salve! Quanto tempo inserire risata nervosa!
E' passato più di un anno dall'ultimo post pubblicato qui... Siamo sparite senza avvertire, e in nostra assenza il blog ha continuato a ricevere visite, commenti, i “mi piace” sulla Pagina Facebook sono aumentati progressivamente, e noi niente, chiuse in un silenzio di una fetenza spettacolare. Ma che volete farci, ultimamente ne sono successe di tutti i colori, e il blog è passato in secondo (ma anche terzo o quarto) piano, e anche se abbiamo continuato a guardare tutte le cose carine che uscivano e a leggere bei manga o libri la voglia di condividere le nostre esperienze era pari a zero. Succede.

Ma piano piano la voglia di tornare a scrivere in questo spazio è tornata, perlomeno a me, e ho deciso che saltuariamente farò un post su questo blog... Magari non con lo stesso ritmo di prima, ma quando incontro qualcosa degno di nota, perché no?

E la cosa, o meglio, il film d'animazione che mi ha spinta a riprendere in mano il blog per dire mammamiaquantoèbelloguardateloTUTTI è La storia della Principessa Splendente (Kaguya-Hime no Monogatari), ultima fatica di Isao Takahata, co-fondatore dello Studio Ghibli. Si, quello di Miyazaki. Si, Takahata è quello bravo quanto Miyazaki ma che vende un botto di meno. Si, è lo stesso tizio che ha fatto Una tomba per le lucciole. Bravi, armatevi di fazzoletti, avete già capito dove andremo a parare.





lunedì 4 novembre 2013

Nobiltà contadina, l'esilarante gag manga autobiografico della "mamma" di Fullmetal Alchemist Hiromu Arakawa

Nel mondo dei fan di anime e manga, ma anche oltre, il nome Hiromu Arakawa fa drizzare parecchie orecchie. La Arakawa è infatti la geniale mangaka creatrice di quello che è uno dei migliori shonen manga di sempre, Fullmetal Alchemist. Ventisette volumi, due serie animate, due film e non ricordo più quanti OAV/videogiochi/prodotti accessori e un incredibile successo internazionale dopo, la Arakawa aveva ancora abbastanza coraggio per concludere il manga all'apice del successo. 

Quando sei un mangaka esordiente, che ha fatto un incredibile successo con un'unica opera (e sai che difficilmente potrai replicare) e sei ben lontano dalla pensione, non è facile prendere una decisione del genere. Per niente.
Ma la Arakawa sa che una bella storia deve avere anche un bel finale, e allungare il brodo ad oltranza sarebbe stato un insulto ai fan. Per questo, si è guadagnata il mio rispetto.

Ma restava comunque il problema di cosa fare dopo. Insomma, se proponi al mondo una
cosa come Fullmetal Alchemist, poi il mondo si fa delle aspettative su di te. Quale altro manga epico tirerai fuori dal cilindro? Quale storia che farà sbancare i comic di doujinshi? Quale personaggio incredibilmente carismatico inventerai dopo Edward Elric, Scar, Roy Mustang ed è meglio che mi fermi qui sennò mi sciolgo?

martedì 29 ottobre 2013

Prisoners, il nuovo angosciante thriller di Hugh Jackman e Jake Gyllenhaal

E ogni giorno si chiederà perché non sono lì con lei.
Lo capisce questo? Io, non lei! Non lei, detective! Ma io! OGNI GIORNO!”

Prisoners, il nuovo thriller psicologico del regista Denis Villeneuve (La donna che canta, candidato all'oscar come miglior film straniero 2011), è un'opera amara, che getta una luce fredda e implacabile sull'animo umano.

La trama. Boston, America. Durante la tranquilla giornata del Ringraziamento due famiglie si riuniscono per festeggiare, ignare della tragedia che si abbatterà di lì a poco nelle loro vite. Le due figlie più piccole infatti spariscono, inghiottite “nel nulla”: nessuno ha visto o sa niente. L'unica traccia è la testimonianza del fratello di una delle due bambine, che dice di averle viste giocare nei pressi di una vecchia rulotte poco prima della sparizione. Questa flebile pista condurrà gli investigatori sulle tracce di Alex Jones (il bravissimo Paul Dano), un ragazzo con seri problemi mentali, che però non rivelerà nulla al pur tenace Detective Loki (Jake Gyllenhaal) e sarà rilasciato a breve per mancanza di prove. Ma il padre di una delle due bambine, Keller Dove (Hugh Jackman), è disposto a tutto pur ritrovare sua figlia, anche a oltrepassare la linea che separa l'essere umano dal mostro...



martedì 15 ottobre 2013

La danza delle marionette - L'urban Fantasy italiano ha ancora qualcosa da dire

Suona la danza e le marionette si muovono a tempo di musica.
Galinder e Malakith. I loro seguaci, i loro servi.
Angus. E Kerri.
Chi è che regge i fili?


Salve a tutti. È la prima volta che scrivo su questo blog, anche se mi ero offerta di collaborare diverso tempo fa in quanto amyketta di Panssj perché sono troppo cazzona per tenere un mio blog perché mi sarebbe piaciuto provare. La verità è che non so se sono all’altezza, però volevo cimentarmi con questa recensione perché secondo me il romanzo di cui mi appresto a parlare merita. L’ho conosciuto grazie ad un forum che frequento (Massacri Fantasy), che ne aveva parlato bene e aveva consigliato la relativa catena dilettura su aNobii (ebbene sì, sono una anobiana anch’io). E a proposito, consiglio l’esperienza della catena di lettura, bisogna aspettare un po’ per il libro ma ne vale la pena e un piego di libri ha un prezzo veramente irrisorio (1,28 €).

Il romanzo in questione è “La danza delle marionette” di Luca Buggio. Ho deciso di recensirlo principalmente per un motivo: è stato pubblicato da una casa editrice piccola e ha avuto una distribuzione praticamente nulla, ma sono convinta che meriti un po’ di pubblicità. Perché fa abbastanza schifo che le grandi case editrici pubblichino libr cose come “Marked”, magari accompagnate da grandi campagne pubblicitarie, e che un romanzo come questo venga completamente ignorato perché non si rivolge a un pubblico di adolescenti decerebrati. Inoltre l’autore è una persona molto disponibile e aperta alle critiche, e posso assicurare che non se ne incontrano poi molte. Ma basta con l’introduzione.

domenica 28 aprile 2013

Persepolis, il lungo viaggio alla ricerca di sé stessi


Persepolis è stata la prima graphic novel che io abbia mai letto, quando ancora non sapevo esistesse un termine per definire il genere e classificavo tutto sotto la categoria “fumetti non giapponesi”. All'inizio fui attratta dallo splendido trailer del film d'animazione (riportato qua sotto), un minuto e mezzo in cui c'era di tutto, morte, rivoluzione, guerra, dolore, ma anche tanta simpatia e gioia di vivere.

Amai il film, che resta tutt'ora uno dei miei film d'animazione preferiti, e da lì passai a leggere l'opera originale da cui era tratto, curiosa di sapere se avrebbe conservato lo stesso impatto emotivo. Per togliervi subito la curiosità (così passiamo alle cose importanti), ebbene, la risposta è sì.

Nota: Persepolis è pubblicato in Italia da Rizzoli Lizard, che ne ha curato svariate edizioni negli anni. Dall'ultima settimana, grazie ad una collaborazione con il Corriere della Sera, è possibile trovare Persepolis in edicola come allegato del suddetto giornale, a soli 7,90 € (un prezzo molto economico per una graphic novel!). Persepolis è stato scelto come primo titolo di una serie di uscite allegate al corriere della sera, tutte riguardanti graphic novel recenti che trattano il tema della guerra. Qui la notizia in dettaglio con la lista dei titoli che usciranno nella collana “Graphic Journalism”.


giovedì 18 aprile 2013

A sud del confine, a ovest del sole: Murakami e la creazione di miti (letterari e non)

Andò via, ma io continuai a bere solo, seduto al bancone. Il locale aveva chiuso, non c'era più nessun cliente e tutto lo staff era tornato a casa dopo aver messo a posto e pulito. Ero rimasto solo. Non volevo tornare subito a casa, telefonai a mia moglie per dirle che avevo dell'altro lavoro da sbrigare, che avrei fatto tardi. Spensi le luci del locale e in quel buio pesto mi misi a bere del whisky. Per non stare a tirare fuori il ghiaccio, lo bevvi liscio.
"Finiremo tutti per scomparire, uno dopo l'altro", pensai. Ci sono cose che svaniscono all'improvviso come se fossero state recise da un colpo secco, mentre altre si dissolvono lentamente, fino a sparire del tutto. Ciò che rimane è solo il deserto.



Basta leggere questa citazione, per restare incantati. Murakami ha un ritmo inconfondibile: l'inchiostro pulsa e ci si trova dentro la sua testa, insieme ai protagonisti, e ci si deve solo abbandonare alla narrazione (che non perde un colpo).
Haruki Murakami ha un pregio: trasformare ogni romanzo in un mondo a sé. Un universo parallelo. I protagonisti hanno, in comune, il fatto di essere tutti un po' fuori dal comune, pur essendo comunissime persone.
Di quale romanzo parliamo, oggi?
Proprio lui, l'ultimissima uscita
Un romanzo che, lo diciamo subito, ha atmosfere uniche, una storia d'amore soverchiante e un protagonista che, per una volta, ha sin da subito una forte coscienza di se stesso.

"A sud del confine, a ovest del sole" viene pubblicato, in Giappone, nel 1992. Segue di quattro anni "Dance Dance Dance", e precede "L'uccello che girava le viti del mondo" (1994-1995). Viene scritto durante una visita di Murakami alla Princeton University negli USA.
Nel 2000 la Feltrinelli lo aveva proposto al pubblico italiano, che adesso gode di una nuovissima edizione Einaudi. La traduzione è quella della prima versione italiana, di Mimma de Petra, con la revisione di Antonietta Pastore per Einaudi. Sulla copertina, a sfondo bianco, risalta un LP che richiama subito un elemento imprescindibile di ogni buon romanzo di Murakami: la musica. Particolarmente importante qui, perché il protagonista fonda e gestisce un jazz bar ad Aoyama (Tokyo), con musica dal vivo. Come effettivamente aveva fatto Murakami prima di diventare scrittore.

Cercherò di fare meno spoiler possibili, limitandomi alle linee generali. Tanto, Murakami sa sorprendere sempre e comunque, pure quando è prevedibile.


mercoledì 10 aprile 2013

Blacksad, gatti detective in una storia dalle tinte noir


Inauguriamo anche la sezione dedicata alle graphic novel! Ultimamente ne stò leggendo un sacco, e ho scoperto tanti autori molto interessanti, fra cui Juan Diaz Canalez e Juanjo Guarnido, creatori della miniserie Blacksad.

Ambientato nell'America degli anni '50, Blacksad è un noir dal sapore classico i cui protagonisti sono degli animali antropomorfi. I tratti animali riflettono il carattere dei personaggi e il loro ruolo nella storia: ad esempio il giornalista freelance a caccia di informazioni ha l'aspetto di una volpe, invece il protagonista (un detective “duro” che si muove “fra le ombre”, in ambienti poco raccomandabili) ha le fattezze di un gatto nero, e via dicendo.

Uno dei punti di forza di Blacksad è l'espressività dei personaggi. Ad ogni inquadratura cambiano le espressioni, e ognuna rimanda di volta in volta ad una emozione diversa, rendendo quasi superflue le righe della narrazione. In una singola tavola si può passare da una scena drammatica ad una comica, senza perdere coerenza nell'intreccio narrativo.

La potenza del tratto di Guarnido risulta evidente in quanto semplicemente osservando le vignette è possibile seguire e comprendere la storia. Ed è straordinario come ogni personaggio, pur avendo fattezze difficili come quelle di una lucertola, trasudi umanità in ogni gesto o posa. In questo ha giovato a Guarnido l'aver lavorato alla Disney, in particolare come capo dell'animazione per il film Tarzan.

Non fatevi ingannare però. Blacksad è una serie composta da trame dure, che toccano temi scomodi come mafia, prostituzione, omertà e razzismo. E' un prodotto decisamente per adulti, o perlomeno per un pubblico in grado di coglierne le raffinatezze narrative e le innumerevoli citazioni ai grandi film del genere noir.


venerdì 5 aprile 2013

Psycho-Pass, l'eterna illusione di una società perfetta


Oggi parliamo di Psycho-Pass, uno degli anime più interessanti e profondi dell'ultimo anno, di cui (caso ormai più unico che raro) sono stati quasi immediatamente acquistati i diritti per la trasmissione/vendita in Italia.

La trama. In un prossimo futuro gli umani sembrano essere riusciti a costruire la società perfetta, grazie ad un sistema completamente automatizzato chiamato Psycho Pass. Esso è in grado di scansionare istantaneamente la mente di qualsiasi individuo, valutandone la personalità e i talenti, in modo da indirizzarlo verso il mestiere più adatto alle sue capacità e attitudini. In questo modo viene costruita una società all'apparenza perfetta, dove tutti sono soddisfatti della propria vita e occupano un ruolo ben preciso conforme al proprio carattere.

Ma gli esseri umani non sono creature perfette, talvolta alcuni di loro deviano dalla “retta” via e compiono crimini contro gli altri. Per questo il sistema ha un ulteriore compito: individuare nella massa i pericoli per l'ordine pubblico e comunicare la loro esistenza al Public Safety Bureau, la moderna polizia.

Una squadra di polizia è composta da tre segmenti: uno o più analisti, incaricati di analizzare i dati e offrire supporto dalle retrovie, gli ispettori, coloro che prendono le decisioni sul campo ed effettuano gli arresti, e infine gli agenti (o enforcer) che si occupano della parte prettamente “fisica” del lavoro.


Questi ultimi sono in realtà delle persone il cui Psycho-Pass è oscurato, ergo dei criminali veri e propri o potenziali. Mentre solitamente i criminali vengono rinchiusi in “strutture di correzione”, ad alcuni di loro in possesso di doti particolari viene offerta la possibilità di lavorare come agenti sottoposti agli ispettori. E' una libertà parziale, in quanto non possono uscire dall'ufficio senza permesso e neanche condurre una vita normale, e sono continuamente sottoposti a pericoli, ma è pur sempre meglio di una vita spesa in un istituto di correzione.


domenica 24 marzo 2013

Educazione siberiana: sui toni maggiori di minoranze etniche (e Gagarin è gay)




[..] Quella fiaba parlava di un branco di lupi che erano messi un pò male perché non mangiavano da parecchio tempo, insomma attraversavano un brutto periodo. 
Il vecchio lupo capo branco però tranquillizzava tutti, chiedeva ai suoi compagni di avere pazienza e aspettare, tanto prima o poi sarebbero passati branchi di cinghiali o di cervi, e loro avrebbero fatto una caccia ricca e si sarebbero finalmente riempiti la pancia. Un lupo giovane, però, che non aveva nessuna voglia di aspettare, si mise a cercare una soluzione rapida al problema. Decise di uscire dal bosco e di andare a chiedere il cibo agli uomini. 

Il vecchio lupo provò a fermarlo, disse che se lui fosse andato a prendere il cibo dagli uomini sarebbe cambiato e non sarebbe più stato un lupo. 
Il giovane lupo non lo prese sul serio, rispose con cattiveria che per riempire lo stomaco non serviva a niente seguire regole precise, l'importante era riempirlo. 
Detto questo, se ne andò verso il villaggio.

Gli uomini lo nutrirono coi loro avanzi, e ogni volta che il giovane lupo si riempiva lo stomaco pensava di tornare nel bosco per unirsi agli altri, però poi lo prendeva il sonno e lui rimandava ogni volta il ritorno, finché non dimenticò completamente la vita di branco, il piacere della caccia, l'emozione di dividere la preda con i compagni.

Cominciò ad andare a caccia con gli uomini, ad aiutare loro anziché i lupi con cui era nato e cresciuto. Un giorno, durante la caccia, un uomo sparò a un vecchio lupo che cadde a terra ferito. Il giovane lupo corse verso di lui per portarlo al suo padrone, e mentre cercava di prenderlo con i denti si accorse che era il vecchio capo branco. 
Si vergognò, non sapeva cosa dirgli. 
Fu il vecchio lupo a riempire quel silenzio con le sue ultime parole:

"Ho vissuto la mia vita come un lupo degno, ho cacciato molto e ho diviso con i miei fratelli tante prede, così adesso sto morendo felice
Invece tu vivrai la tua vita nella vergogna, da solo, in un mondo a cui non appartieni, perché hai rifiutato la dignità di lupo libero per avere la pancia piena. 
Sei diventato indegno. 
Ovunque andrai, tutti ti tratteranno con disprezzo, non appartieni né al mondo dei lupi né a quello degli uomini... 

Così capirai che 
la fame viene e passa
ma la dignità 
una volta persa 
non torna più". 

[..]





Educazione Siberiana: il film, che è ancora in molti cinema italiani di questo marzo 2013, gode della regia di Gabriele Salvatores. Il romanzo è scritto da Nicolai Lilin, ed è per molti aspetti un'autobiografia e una testimonianza sugli usi e costumi della Transinistria (Moldavia orientale).

Aspettavo l'uscita di questo film come il pane, con tanto di conto alla rovescia dei giorni (oggi volevo recensire il secondo volume del romanzo 1Q84 di Murakami, ma non potevo lasciare da parte questo film, quindi... aspettate! E andate a comprare in libreria il suo A sud del confine, a ovest del sole). 
Ve ne parlo solo ora, tuttavia, perché ho avuto bisogno di un po' di tempo per farlo maturare e rifletterci sopra. Infatti, le critiche che sono state rivolte a questa pellicola sono essenzialmente accuse di alcune mancanze nella sceneggiatura, e un finale troppo rapido e poco comprensibile.
Ma andiamo con calma. Farò veri spoiler solo nella parte finale di questa recensione,  li distanzierò dal resto del testo.


giovedì 21 marzo 2013

Starfigher: sesso, guerra e sci-fi


Oggi parleremo di un fenomeno molto in voga all'estero, e che stà (lentamente, ma costantemente) prendendo piede anche in Italia: i webcomic.

Così come dice il nome, i webcomic non sono altro che fumetti disegnati e resi disponibili sul web, su blog personali o siti dedicati, gratis o (in rari casi) sotto forma di abbonamento mensile. Il formato standard è una pubblicazione settimanale, cioé una pagina ogni sette giorni.

Con questo sistema, e grazie al passaparola di internet, sono emersi alcuni degli autori più interessanti degli ultimi anni, snobbati come tanti dalle case editrici che non se la sentivano di investire soldi per degli esordienti. E questo all'estero, figuriamoci in Italia dove c'è una situazione di paralisi quasi totale, sia a causa degli editori che di un pubblico non sufficientemente preparato. (Anche se negli ultimi anni qualcosa si stà muovendo. Sempre in ambito webcomic, basta guardare al caso di Zerocalcare, di cui parleremo in uno o più post successivi).

© hamletmachine.
Grazie alla visibilità offerta da internet, e dall'impegno costante degli autori, molti webcomic sono usciti dal web per essere raccolti in fascicoli e volumetti, spesso autoprodotti.

I webcomic, per la loro stessa natura di “appuntamento settimanale”, sono nati principalmente come vignette satiriche, per poi evolversi in storie vere e proprie. Non è facile disegnare un fumetto: una delle cose più difficili è appunto calcolare i tempi della storia, e impostare la narrazione in modo che da un capitolo e l'altro il lettore non si dimentichi le vicende o non perda interesse per l'assenza di continuità. E' già arduo per i mangaka, o gli autori di comic, che lavorano su base mensile/settimanale, forti di venti-quaranta pagine ad uscita.

Ma un autore di webcomic, ben più povero di mezzi rispetto ad un professionista e che lavora quasi sempre da solo, deve catturare l'attenzione del pubblico con una pagina a settimana senza risultare dispersivo. Ogni tavola deve colpire il lettore in qualche modo, indurlo a ricordarsi la storia anche dopo sette giorni e, sopratutto, a ritornare per la prossima uscita.

In questo HamletMachine (presudonimo preso dall'omonimo dramma di Heiner Mϋller, basato sull'Amleto di Shakespeare) è una delle migliori. Iniziato come una bozza dei personaggi su deviantart, Starfighter ha preso rapidamente piede diventando uno dei webcomic più seguiti ed amati della rete.

(Attenzione: Starfighter ha molte scene di sesso omosex esplicite. Quindi se siete minorenni, o non vi piace il genere, o peggio siete omofobi evitate di cagare il cazzo e girate alla larga.)


© hamletmachine.

domenica 17 marzo 2013

Scacco a Dio: l'amore di dio e l'amore degli uomini (e degli angeli)


Vista la grande novità di questi giorni, ovvero l'elezione del Papa, riprendiamo una recensione che avevamo pubblicato sul blog di Meta Magazine. Si tratta di un romanzo in cui l'autore ha raccolto una serie di narrazioni, all'interno di una cornice assai particolare, nello stile del Decamerone di Boccaccio. Faccio questo paragone a ragion di causa, perché l'irriverenza e la libertà della penna sono comuni tanto al nostro padre della letteratura italiana quanto da Vecchioni. Ci viene in mente anche un altro scrittore, Haruki Murakami, e la sua piccola (amabilissima) raccolta di racconti "Tutti i figli di dio danzano". [In questi giorni sono ossessionata da Murakami perché dopodomani esce "A sud del confine, a ovest del sole", e io sarò in libreria alle 8:10 a prenderlo tra le mie mani e leggerlo sul tragitto in autobus, felice come una pazza]. 
Comunque, riguardo a "Dio", la presente GilgAdmin dice, riguardo all'elezione di Papa Francesco: mi piace! Auguri al nuovo Vescovo di Roma! (Per inciso, io sono politeista, neanche cristiana, figuriamoci cattolica, ma umanamente spero che questo Papa faccia buone cose, e le premesse sembrano starci).

Ma ora basta divagare, andiamo alla nostra recensione!


domenica 10 marzo 2013

Lo scrivano di Bombay: un matrimonio da salvare e un nipote gay che cerca la sua strada

Anjali Joseph è una giornalista, scrittrice, studentessa di Cambridge e insegnante alla Sorbona, nata nel 1978 a Bombay. “Saraswati Park” (da noi tradotto come “Lo scrivano di Bombay”) è la sua opera d'esordio come romanziera. 
Nel 2011 le è valso, in modo assai meritato, i premi Betty Trask e Desmond Elliot.

La traduzione del titolo in questo caso è, pur con le inevitabili riserve, comprensibile, per ragioni pragmatiche: Saraswati Park, un quartiere della periferia di Bombay, non avrebbe significato niente a un lettore italiano. Ma, in originale, il titolo recava un'impronta di estrema concretezza, amore, vita, dei luoghi che fanno da scenario al romanzo, fino a essere veri e propri protagonisti. Parlo anzitutto di questo perché non c'é una sola riga, in tutto il libro, in cui non trasudino gli odori e gli umori di Saraswati Park, di Bombay. Un affetto sconfinato e sereno quello di Anjali, per gli uomini e le donne e l'aria stessa di Bombay, per i vicoli, le strade, i grandi edifici e le piccole, piccolissime palazzine, per gli esterni e gli interni.

Gli altri tre protagonisti sono una coppia sposata, Mohan e Lakshimi, e Ashish, un nipote che va a vivere con loro per ripetere l'ultimo anno della scuola secondaria. Mohan è uno scrivano, lavora per le poste e scrive le missive e compila i moduli da parte di chi non è in grado di farlo da solo. Un mestiere ormai agli sgoccioli. Mohan ama i libri, specialmente quelli usati. Una (stupenda) delle prime scene d'apertura del romanzo è proprio su Mohan che, scoprendo dello sgombro dei venditori ambulanti su una strada di passaggio per lui, corre all'impazzata e, nello sfacelo dello sgombro, recupera alcuni libri caduti in terra e li restituisce al venditore (sì, da questo ho capito che avrei amato il romanzo).



giovedì 28 febbraio 2013

L'evoluzione di Calpurnia: cosa hanno in comune Charles Darwin e una bambina texana del 1800?


Due cose di questo libro mi hanno colpito subito quando l'ho visto in libreria la prima volta. Uno: è pubblicato dalla Salani, e questo per me è quasi una garanzia di qualità certa (alcuni libri pubblicati da loro mi sono più o meno piaciuti, ma non mi sono mai pentita di nessun acquisto), e due: la copertina. Quel giallo risaltava in mezzo al mucchio, e il retro, interamente nero ma con piante e animali gialli in rilievo, era un tocco di classe.

La storia in sé mi attirava, ma ero incerta. Infatti il riassunto sul retro di copertina sembrava proporre una protagonista simile a Joe di Piccole Donne (PRIMA che la Alcott si rimangiasse tutto con Piccole donne crescono) o ad Anna dai capelli rossi (idem per i libri successivi della serie), una ragazzina monella e combinaguai con il dono di farsi amare dal prossimo.

Chiariamo: io adoro questo tipo di storie. Credo di averle lette (e rilette) quasi tutte, da Pippi Calzelunghe a Pollyanna. Ma credo (anzi, credevo) che ci sia un tempo per scrivere questo tipo di storie, e che quel tempo sia ormai passato. Figure come Joe, o Anna, sono nate dalla penna di donne che vivevano in un'epoca di transizione, a metà fra il mondo rurale e contadino e le grandi città industriali, fra la donna come angelo del focolare e la donna che lottava per affermare sé stessa come individuo.

Una scrittrice di oggi che tenti di scrivere una storia che ricalchi quelle di Joe o Anna, può azzeccarci con lo stile, ma inevitabilmente fallirà nel trasmetterne lo spirito.

E invece Jacqueline Kelly, autrice de L'evoluzione di Calpurnia, mi ha dimostrato che sbagliavo. (Di nuovo. Questo blog sembra diventato un mea culpa). Vediamo come.

La trama. Texas, 1899. La guerra di secessione è ormai alle spalle, e l'America si prepara ad entrare nel nuovo secolo. Il mondo e la società mutano rapidamente forma, plasmate da invenzioni come il telefono, ma nella campagna rurale del Texas questi cambiamenti arrivano con il contagocce.

Calpurnia, undici anni e unica femmina di sette figli, appartiene ad una famiglia benestante vecchio stile. Per combattere il caldo afoso dell'estate texana, di nascosto e contro il volere della madre, ogni notte taglia una ciocca della sua folta chioma, giustamente convinta che il cambiamento graduale non verrà notato nel caos di tanti figli. Lei ancora non lo sa, ma questo atto di ribellione contro un codice di valori che imponeva alle donne di portare abiti e capelli lunghi con quaranta gradi all'ombra, è la prima avvisaglia di un sentimento che caratterizzerà la sua intera vita.



domenica 24 febbraio 2013

Il poema del vento e degli alberi: il progenitore delle doujinshi yaoi


Vicino c'era Ai no Kusabi,
ma come non potevo preferire
questo DVD dall'aria
iper gaia? (E per essere più gai
di Ai no Kusabi CE NE VUOLE).
Carissime e carissimi, eccoci qui con un succosissimo bocconcino! Lo abbiamo pensato apposta per lenire lo schifo di questa fredda, umida e piovosa (dalle mie parti nevosa) giornata elettorale. Per consolarci pensiamo alle cose belle, e quindi via alle danze!

Richiamando il motto "repubblicani di tutto il mondo... ancora uno sforzo!" (titolo di una famosa sezione de "Le 120 giornate di Sodoma" del Marchese de Sade, libro che recensirò prima o poi per il nostro Scaffale della vergogna) inizio questa recensione con: "yaoiste di tutto il mondo... uniamoci nel deliquo venerante!".

Perché, in modo del tutto casuale, ho scoperto che esiste un momento nella storia cui dobbiamo la nostra eterna gratitudine. Una svolta decisiva per la vita di ogni fujoshi: la propulsione da cui nacque la gloriosa spinta che fece proliferare le nostre amate dōjinshi (modalità di lancio e prima diffusione degli autori emergenti. Un esempio su tutti, le CLAMP).

Per chi non sapesse di cosa parliamo, e non avesse ancora avuto a che fare con il lato "migliore" di fan di Ditadinchiostro, vi diamo una piccola goliardica definizione di yaoi e shōnen'ai: si tratta del filone omosex, sentimentale ed erotico tra uomini, nato, cresciuto e pasciuto in Giappone per un pubblico prevalentemente, anche se non esclusivamente, femminile; visto che anche al resto del mondo è piaciuto tanto, e persino qui in Italia, oh my God quale progressismo spinto, riescono a pubblicare manga shōnen ai e yaoi, possiamo parlare di un fenomeno ormai non solo giapponese.

Visto che poi mica ci si accontenta di quello che disegnano/scrivono gli altri, anche di manga e anime non shōnen ai è possibile considerare il lato shōnen'ai/yaoi, e di qui il fiorente mondo delle fanfiction, fanart, AMV, e tutto il resto (per chi di voi è già dentro il vortice queste sono info assolutamente superflue, ma chi ancora no e sia interessato, qui lo dico qui lo nego: non aprire quella porta, puoi trovare molte cose sconvolgenti).

Le dōjinshi, di cui parlavo sopra, sono storie disegnate di avventure/disavventure emotive, sentimentali ed erotiche tra i protagonisti di altre serie maggiori.
Una fujoshi è una fervida amante di shōnen'ai e yaoi (la differenza tra i due è che il primo di solito ruota attorno al lato più emotivo/sentimentale, il secondo va dritto al.. "sodo").







mercoledì 13 febbraio 2013

Zhang Ailing, Ang Lee e la storia d'un amore a Shangai negli anni Quaranta


Oggi vi parlo di una storia d'amore, di un racconto da cui è stato tratto un film superbo (uno dei miei preferiti), ambientato nella Cina dell'occupazione giapponese. Se non vi viene in mente niente vi aiuto io: si tratta di "Lussuria", novella del 1950, scritta da Zhang Ailing (in inglese conosciuta come Cheng Aileen, ma di questo parlo tra pochissimo!).
 Ang Lee ne ha tirato fuori quel capolavoro che è "Lust, caution" (risultato diametralmente opposto all'ultima "fatica" di Ercole del regista, che stavolta proprio no! Ma io voglio convincermi che non sia lo stesso regista che ha tirato fuori, da una novella a mio avviso striminzita e scialba, lo splendido film "Brokeback Mountain").



Pensavo che non sarei mai riuscita a recensirvi questo romanzo, e invece eccomi qui! Perché? La ragione è semplice: su Amazon.com avevo sempre trovato i suoi romanzi sotto il nome Cheng Eileen... Quando invece in italiano è traslitterato Zhang Ailing. 
Il risultato era che sin dal 2006 la Bur Rizzoli aveva pubblicato "Lussuria" e IO NON LO SAPEVO.

Prescindiamo dal mio dramma personale (che per reazione e ripicca mi ha fatto prendere tutti i libri di questa meravigliosa romanziera), andiamo alla novella. Nel libro sono raccolti altri due racconti, “I fiori di Yin Baoyan” (1944) e “Quanto odio” (1947 circa). Queste altre due novelle, dico subito, non sono meno belle e non meritano meno di “Lussuria”, tuttavia quest’ultima ha meriti tutti palrticolari...

Zhang Ailing possedeva la dote davvero rara (anche tra i migliori narratori), dell'intensità, emotiva e drammatica, del dire abbastanza da aprire in prospettiva un mondo intero attorno ad azioni semplici. Ho divorato il libro senza accorgermi delle pagine, anche se di tanto in tanto ho dovuto sospendere perché, in certi passaggi, c'era una forza tale di emozioni che sembravo sentire tutto in prima persona.

Al centro delle vicende ci sono sempre storie d'amore. Amore sofferto, amore vissuto. Riescono a essere romantiche a colpi di realismo: il grande orgoglio delle donne di Zhang Ailing si intreccia alla loro capacitá d'amare senza riserve, frenata e alimentata dalle rigidissime regole di etichetta e moralitá imposti alla donna dalle tradizioni della Cina. Una donna che combatte e spesso perde, che cerca il calore del sole e vola sul vento anche quando viene strappata alle rocce dove è cresciuta. Un mondo in cui la rovina è sempre dietro l'angolo, una distruzione definitiva e terribile in cui essere donne è tessere un miracoloso cammino tra l'amore e l'onore, quando spesso i due sono inconciliabili.



domenica 10 febbraio 2013

Zero Dark Thirty, uno sguardo intimo sulla storia recente


Gli Oscar 2013 si avvicinano, e mentre infuriano le classiche polemiche sulle nomination (perché non hanno candidato Di Caprio all'oscar come miglior attore non protagonista *frigna* e Tarantino?! Non voglio neanche iniziare a parlare dell'esclusione di Tarantino!), noi dobbiamo pur trovare il modo di passare il tempo in modo pacifico...

e quindi parliamo oggi di Zero Dark Thirty, uno dei film più controversi degli ultimi anni, criticato e distrutto fin dal suo annuncio. Ovviamente non c'è cosa più giusta del giudicare un prodotto prima ancora di averlo visto, in quanto tutti siamo provetti critici dotati di un'onniscenza divina.

Sarcasmo a parte, in questo caso anch'io devo andare a mettermi in ginocchio sui ceci e implorare perdono, poiché dalle notizie diffuse sul film assieme ad un alquanto equivoco trailer, avevo bollato questo film come “la classica americanata” tutta patriottismo e boom boom boom. Forse non l'avrei neanche mai visto in condizioni normali, ma si sa che per sfuggire allo studio pre-esami lo studente medio venderebbe l'anima al diavolo e si farebbe coinvolgere nelle cose più turpi – l'atroce senso di colpa che ti assale dopo è paragonabile ai dolori del parto: nessuna madre li ricorda chiaramente, altrimenti col cavolo che esisterebbero fratelli e sorelle.


Ma, come avrete capito dal mio sproloquio, mi sbagliavo. Anzi, dopo essermi presa a schiaffi (La Ragione: Cattiva! Hai ceduto al piccolo critico-bastardo-arrogante-onnisciente che c'è in te! Dopo a casa facciamo i conti!), ho deciso di scrivere questo post come mea-culpa ufficiale, e promemoria per non ricadere mai nel medesimo errore... E se la vocina del critico-arrogante-bastardo-onnisciente dovesse ricominciare a blaterarmi in testa, saprò cosa fare in futuro.


mercoledì 6 febbraio 2013

La vera vita di Sebastian Knight: il primo romanzo in lingua inglese di Vladimir Nabokov.

L'infrangersi di un'onda non può spiegare tutto il mare, dalle sue fasi lunari fino al suo serpente; ma una pozzetta nell'incavo di una roccia e il nastro d'argento che scorre verso il Catai sono entrambi acqua.


Avrei voluto recensire "Il dono" (in originale russo il titolo è Dar) di Vladimir Nabokov da un bel pezzo, almeno da prima di Natale. Ma per una ragione o per l'altra ho trovato sempre complicata quella recensione. Nabokov è uno scrittore che ho scoperto "all'improvviso", come un fulmine a ciel sereno, e di cui ho fatto letteralmente bottino e rapina in libreria: nel giro di un mese ho comprato quasi tutto quello che è disponibile in libreria, compresa la biografia di Vèra Nabokov (la moglie, cui Nabokov ha dedicato moltissimi dei suoi romanzi), di Stacy Schiff, e la raccolta di saggi su Nabokov, a cura di Sebregondi e Porfiri. Non ho avuto tempo di cercare in giro per biblioteche. I due testi citati sono tutto quello che ho trovato disponibile nelle librerie, su questo romanziere e narratore che tocca, a mio avviso, gli apici di ciò che è possibile fare con una penna in mano (o almeno, sono gli unici due di "esterni" visto che Nabokov ci ha lasciato "Parla, ricordo", un'autobiografia scritta di suo pugno).
Sulla rete, intorno a Nabokov non si trova moltissimo in italiano, e anche navigando in inglese le informazioni che girano sono più o meno le stesse (segnalo un articolo su Sergej Nabokov, di Lev Grossman, importante per il romanzo che mi appresto a recensire).
Detto questo... Nabokov nasce a San Pietroburgo nel 1899, dalla Russia fugge, insieme alla famiglia, nel 1917, come direttissima conseguenza della Rivoluzione d'Ottobre; vive a Berlino tra il 1922 e il 1937, nel 1925 incontra Véra, che sposa, e da cui avrà un solo figlio, Dmitri, nel 1935. Nel 1940 si trasferiscono in America, paese che Nabokov non lascerà più e in cui scriverà il suo romanzo più famoso, "Lolita" (1955).

"La vera vita di Sebastian Knight" viene scritto tra il 1938 e il 1939, in condizioni assai provvisorie. Si tratta del primo libro di Nabokov scritto in inglese, la prima opera dopo quell' "addio" meraviglioso e malinconico costituito da "Il dono". Quest'ultimo era stato l'ultimo romanzo russo, un arrivederci fatto di mille sale e corridoi, intrecciati tra loro (romanzo di un esule, di un nobile, di un amante delle lettere del proprio Paese, romanzo fatto di romanzi ed eventi, legati tra loro in modo magistrale).

Tutti i romanzi di Nabokov hanno un elemento in comune, che è il molteplice, il richiamo. Cercando di prescindere dal gusto personale (che ammutolisce, lo ammetto, di fronte a ogni riga della pagina di Nabokov, ecco un'altra ragione per cui m'è stato difficile recensire "Il dono" che, più che un "romanzo", è una intera biblioteca di allusioni, rimandi, passioni e turbamenti dell'anima, sullo sfondo della Berlino aperta alle piccole comunità di immigrati russi dopo il 1917), parlo di Nabokov come di un esploratore dei sensi, un maestro del distacco e dell'ironia, che ride e scherza e accenna, scrive in controluce, si compiace delle ombre e dei riflessi.

In "La vera vita di Sebastian Knight" è all'opera una vera e propria macchina creatrice di nascondimenti, fraintendimenti, deviazioni, incomprensioni: Sebastian Knight è uno scrittore, che ha scritto dei romanzi, alla cui morte il fratellastro decide di ricostruire la sua vita, andando a caccia di indizi lontani. Un'odissea della scoperta che scende in vie sotterranee e che, invece di fidarsi dell'oscurità, cerca di aprirla a furia di illuminazioni maldestre e deformate dalla lente del pregiudizio.



mercoledì 30 gennaio 2013

Smile! Precure, un sorriso per il futuro


Il fenomeno delle Precure avrebbe bisogno di un post di spiegazioni a parte, cosa che faremo prima o poi, ma dato che oggi vogliamo parlare dell'ultimo anime della serie, ci limiteremo a dare le nozioni fondamentali.

Le Precure sono una serie di anime del genere majokko (maghette), diversi fra loro per protagoniste, tema centrale e storia. A parte rare eccezioni (come nel caso di sequel), ogni serie può essere vista senza conoscere le precedenti. Le Precure sono legate, oltre che dal nome (contrazione di Pretty Cure), anche da elementi come l'azione e le mascotte-simil-peluche. 

Infatti le maghette, pur combattendo con i classici scettri/raggi di energia/mosse speciali finali, non disdegnano di riempire di botte i loro nemici usando calci, pugni, oggetti contundenti, armi e arti marziali varie. 

Nota bene: rimangono comunque un prodotto rivolto ad un target di bambini, quindi non vedrete mai sangue o scene alla Madoka Magica.

Una delle novità rispetto ad altri tipi di anime majokko è che al posto del classico gruppo di amiche unite contro il male, le Precure di solito erano solo due. Una coppia di amiche che, progressivamente, imparavano a conoscersi, unite da una comune missione. Questo dava spazio ad una maggiore introspezione delle protagoniste e ai loro rapporti con gli altri, e anche ad una splendida amicizia, più intima e personale di quanto si possa avere in un gruppo. (A tutti voi yuristi la fuori: si, nelle Precure lo yuri si spreca! xD)

In formazione, nuova Armata dello Yuri! Err, volevo dire... Smile Precure!


domenica 27 gennaio 2013

Cyborg 009 - Un Mito intramontabile sbarca oltreoceano per un restyling



Omammamia, che è. 

La Neme che scrive un articolo su una cosa recente
Così recente-recente che ancora neanche è uscita?!?!
Ebbene sì, anche io ho i miei momenti in cui sto al passo coi tempi. 
Ma come resistere?!
Uno dei miei miti da bambina... una serie che parla di macchine umane... rivisitata dal disegnatore principale di Red Robin?!
Goia et Gaudio. Mi ci butto a capofitto.


Dati essenziali sull'opera

Cyborg 009 (サイボーグ 009) è un manga di Shotaro Ishinomori che data molto indietro nel tempo: il ben lontano 1964! (ecco... ci pareva strano che la Neme non scrivesse di cose pre-anni 80 ¬_¬ NdLettori).
Qui da noi, la serie è arrivata al successo grazie alla trasposizione anime del 1968. Nel 2001 la serie è stata oggetto di un remake di ben 51 episodi che ha riscontrato un discreto successo, soprattutto negli USA. Questo a prova del fatto che Cyborg 009 è una di quelle storie “sempre vive”, che vanta anche alcuni drama per la radio, un sequel moderno in stile manga, la rivisitazione in stile comics che mi accingo a recensire, alcuni videogiochi e dei film, l'ultimo dei quali (009 Re: Cyborg) è uscito giusto l'anno scorso. (Trattasi du un ibrido 2D e 3D che ha la Pepsi come sponsor... ma non divaghiamo.)


giovedì 24 gennaio 2013

Samidare - Lucifer & Biscuit Hammer: il Martello Biscotto ci distruggerà TUTTI!!


Samidare – Lucifer & Biscuit Hammer è uno di quei manga strani, che ad una prima occhiata non lasciano una grande impressione e rischiano di essere (ingiustamente) lasciati sullo scaffale... Finché non inizi a leggere e ti ritrovi davanti:

  • Yuuhi Amamiya, un ragazzo come tanti, gravato dal peso di un passato tragico

  • Una lucertola parlante, che si autoproclama Cavaliere della Lucertola e coscienza/grillo parlante del sopracitato ragazzo

  • Il quale, secondo la lucertola, dovrebbe allearsi con la misteriosa principessa Samidare per salvare la terra da un Mago malvagio che vuole distruggerla...

  • usando Biscuit Hammer, un gigantesco martello nel cielo, visibile solo a chi è consapevole della sua esistenza, e che inesorabilmente stà calando sulla terra...

  • peccato che al ragazzo non importi nulla di salvare il mondo, anzi!

  • E neanche alla superforzuta principessa frega qualcosa della sorte del pianeta... Lei si limiterà a salvare il mondo solo perché vuole distruggerlo con le sue stesse mani!

  • Tutto questo mentre sullo sfondo Biscuit Hammer cala inesorabile, ignorato da tutti... sopratutto da chi ci dovrebbe salvare xD E il delirio prosegue inarrestabile...


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